Cari amici poniamo fine alla demenziale discussione sui cimiteri,funerali,notai e altre stupidaggini che mostra la scarsa serietà,per usare un eufemismo,del blog "osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo verità".Perdere tempo con queste stupide discussioni è un peccato imperdonabile,lasciamo quindi DG e altri commedianti "osservatori"alle loro farneticazioni ridicole.Spostiamo la nostra attenzione su un altro tema ben più importante e serio che è l'uso della lingua volgare 'nella liturgia.Traggo questo thread dal blog di Padre Matias Augè liturgista di valore.

Paolo VI, nei suoi discorsi è intervenuto più volte a difesa di questa totale apertura all’uso del volgare. Nello stesso anno 1967, il 19 aprile, nella chiusura dell’VIII sessione plenaria del Consilium, il Papa affermava che la questione della lingua liturgica non è “risolubile in senso contrario al grande principio, riaffermato dal Concilio, della intelligibilità, a livello di popolo, della preghiera liturgica, non che a quell’altro principio, oggi rivendicato dalla cultura della collettività, di poter esprimere i propri sentimenti, più profondi e più sinceri, in linguaggio vivo”. Come lo stesso Pontefice aveva detto nell’Angelus domenicale del 7 marzo del 1965, domenica in cui “la lingua parlata entrava ufficialmente nel culto liturgico”, questa scelta era stata fatta “per voi fedeli, perché sappiate unirvi meglio alla preghiera della Chiesa, perché sappiate passare da uno stato di semplici spettatori a quello di fedeli partecipanti ed attivi”. Non si tratta quindi solo di capire; il ricorso alla lingua viva solo per ragioni di comprensibilità non renderebbe ragione del valore complesso, simbolico e di mediazione della lingua liturgica e non favorirebbe la partecipazione che, in quanto attiva, non può essere soltanto consapevole, ma totale.
M. A.